Giá nei miei primi lavori nel 1998 avevo il bisogno di raccontarmi, anche se inizialmente questo bisogno era più diretto a farmi conoscere dagli altri come in "Dolls", fotografie nelle quali mi metto a nudo per raccontare quello che sono, affiancando una bambola da me costruita a un collage tra la foto di me stessa e la bambola.
Fino ai lavori più recenti è rimasta l'idea di raccontare, ma questa volta sono le esperienze, i ricordi, le paure a far parte delle mie storie, oppure le relazioni con gli altri, come nel mio penultimo lavoro fotografico del 2003 "A Lidiput" dove, nonostante la mia evidente presenza fisica semi-nascosta nella sabbia, le persone delle spiagge dei lidi ravennati non mi vedono e mi camminano sopra, fanno ginnastica e i bambini giocano. O come in "Faccio un giro e torno", del 2001, in cui il mio corpo, reso in un calco di gesso, diventa un viaggio andata e ritorno da casa mia in Toscana a Milano e dove invito l'osservatore a percorrere e a conoscere la strada con una macchinina che all'interno ha una microtelecamera collegata ad un monitor.
Spesso la mia tecnica non è precisa, e questo si deve al fatto che per essere capita lascio più importanza alla semplicità. Per esempio questo accade in "Loc.Collecchio, 26", serie di fotografie e video del 2001, in cui ho costruito composizioni di foto che mi ha fatto mia madre e foto degli oggetti della mia casa in cui sono nata, adesso inesistente.
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